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Monte Tezio e Monte Malbe, una storia dalle radici antiche

 

Due rilievi montuosi, subito a nord e a nord-ovest di Perugia, che sembrano quasi connotarsi, ora, come una sorta di oasi naturalistica, contraddistinti da una quiete quasi irreale, quella stessa dei paesaggi dimenticati o, comunque, al margine del mondo attuale. Quelle realtà dove, guardando attentamente, possono scorgersi i segni più o meno evidenti di un passato che non sempre si riesce a datare, in genere indicato con quel “c’era una volta” che la dice lunga senza pur tuttavia dire niente. A Monte Tezio e a Monte Malbe, ora avvolti in questa quiete, nell’età di mezzo il comune di Perugia possedeva ben tre comunanze agrarie: una sul primo rilievo e due sul secondo. E queste erano fattori economici, di vivacità imprenditoriale, non certo trascurabili. Come riportato in un inventarium del 1330, studiato da Giuseppe Mira nel 1961, la “comunanza di Monte Tezio” era composta da terre, possessioni, selve, alberi, pascoli, paludi, case e casalini. Per ci˜ che concerne le altre due, occorre rilevare come una di esse era indicata come “comunanza delle pedate di Monte Malbe” ed era costituita dai terreni e dai pendii del monte che potevano coltivarsi. L’altra, invece, era genericamente indicata come “comunanza di Monte Malbe” e aveva nei diritti di sfruttamento del bosco e nel pascolo i propri fattori economici.

Questi beni, appaltati a soggetti privati, garantivano al Comune cittadino un reddito annuo di 800 lire la prima, di 430 la seconda e di ben 2.800 la terza. Da queste, unitamente alle altre comunanze di cui il Comune disponeva tra cui quelle del “Chiugi Perugino” – l’area ad occidente del Trasimeno – e quella dei diritti di pesca sul lago, il governo cittadino traeva annualmente ben 18.667 fiorini equivalenti ad oltre 75.000 lire. Si tratta di una somma di notevole entità che, come fa notare Jean-Claude Maire Vigueur, consentiva al governo di Perugia di non imporre tasse ai residenti in città nell’arco dell’anno, almeno quando non si dovevano affrontare spese straordinarie. Al di là di simile aspetto, pure di notevole interesse ma che ci porterebbe lontano dal nostro argomento, le domande che si legano alle comunanze di Monte Tezio e Monte Malbe non sono certo poche. Da quella relativa a chi ne erano gli appaltatori a quella sul come si finiva per sfruttare questi beni; da come e quando gli stessi erano pervenuti al comune di Perugia, al periodo in cui hanno cessato di costituire una fonte di reddito per la città e via di seguito gli interrogativi sono tanti, forse troppi per rispondere in maniera esaustiva in una sede come questa.

Ma è il caso di provare. Già una prima risposta sulla reale importanza rivestita dall’economia silvo-pastorale nell’età di mezzo può, a mio avviso, essere di un certo interesse per comprendere come il tempo, spesso, finisca per decretare il superamento anche di ciò che per decenni, in certi casi secoli, si è creduto insostituibile. Il bosco, nell’alto medioevo ma ancora nei secoli successivi al Mille, costituiva un fattore economico di primaria importanza.

Le attività che si praticavano al suo interno erano varie e andavano dalla caccia, per lo più praticata liberamente, all’allevamento brado del bestiame – buoi, maiali, pecore –, dalla raccolta dei frutti spontanei – funghi, castagne, bacche e via di seguito – a quella del miele prodotto dalle api selvatiche, dal taglio della legna da ardere per uso familiare a quella usata nelle fornaci di mattoni o nella produzione di calce, a quella impiegata nella produzione di barche, carri, oggetti di vario uso e nell’edilizia. Era questo un settore dell’economia di rilevanza tale che, soprattutto nella tarda antichità e nei primi secoli del medioevo, in certi casi finì per supplire in toto all’agricoltura. Non è dunque casuale che, nell’alto medioevo, l’estensione di un bosco era spesso misurata sulla base del numero di maiali che potevano pascolare al suo interno e non, come pure ci si poteva spettare, utilizzando le misure di superficie del tempo. Ciò detto, nella consapevolezza che ancora nel basso medioevo il bosco rivestiva un’importanza basilare, è il caso di porre in evidenza la sistematicità con cui si sfruttava sia la comunanza di Monte Malbe legata all’economia silvo-pastorale che quella di Monte Tezio in buona sostanza ad essa assimilabile. Delle modalità di sfruttamento delle due comunanze si occupò direttamente il consiglio cittadino in una seduta dell’11 ottobre del 1269, nella quale si discusse il modo di pervenire all’appalto di esse e si deliberò addirittura un prezzario relativo al

costo del pascolo in Monte Malbe per le diverse bestie. Per pascolare un paio di buoi il costo annuale era di 10 soldi di denari; per un giovenco 5 soldi; per un puledro 5 soldi; per un asino 2 soldi; per un porco 12 denari; per ogni capo ovino 6 denari. Nella stessa seduta consiliare si dava anche prova delle potenzialità “democratiche” proprie dell’esperienza comunale. Infatti si stabilì che gli appaltatori della comunanza non avrebbero potuto, in nessun caso, costringere i proprietari di bestiame a portare i propri animali ad pasturandum nella stessa e, in caso di inadempienza, era prevista una penale di 25 libbre. Con l’andare del tempo e l’inflazione crescente, quanto stabilito nella seduta del 1269 era destinato a mutare e, giù nel 1285, non si fa più riferimento alla delibera di quell’anno ma si dice che i prezzi per il pascolo del bestiame in Monte Malbe dovevano essere gli stessi praticati nel “Chiugi Perugino” – di questi, purtroppo, non ho trovato traccia –. Nel Trecento si ebbe una vertiginosa impennata dei prezzi. Raddoppiarono per gli ovini, triplicarono per i giovenchi, quadruplicarono per bovini e cavalli e, addirittura, crebbero di ben cinque volte per gli asini. Stando a quanto riportato in una cedola d’appalto del bene cittadino della fine del secolo XIV, era previsto il canone annuo di 40 soldi per pascolare un paio di buoi, 30 per ciaschuno paio d’armente – i giovenchi del 1269 –, di 20 per ogni bestia cavallina, di 10 per ogni asino e di 1 soldo per ogni bestia menuta – gli ovini –. Se questi sono i prezzi per pascere il bestiame e gli appaltatori dei diritti di pascolo, dei passona nemora come sono indicati in un contratto del 1318, pagavano al Comune somme di notevole entità, pare evidente che simile attività non doveva certo essere marginale così come oggi può apparire. Gli appaltatori, infatti, non erano certo dei soggetti che mettevano a rischio, in simili iniziative, dei capitali anche ingenti se non avevano un ritorno più che tangibile e di consistente entità. Ma di tale questione parleremo nel prossimo numero.

Giovanni Riganelli
Storico e saggista

 

 
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